Alle 21.00 dallo splendore recuperato di Piazza della Repubblica ci dirigiamo in direzione opposta alle fatiche del lavoro, sciogliendo il primo saluto prosando quotidiane normalità. Per chi non vive questa città non è chiaro da subito, ma esistono buoni rifugi notturni. Questi rifugi permettono di galleggiare con pochi euro, riscaldarsi con un porto accessibile e qualche parola senza stampo, onesta, mentre fuori la notte cerca di sofisticare il suo silenzio, la sua violenza, il suo freddo.
La notte fiorentina è una notte realmente sterile poiché priva di gatti.
Nei luoghi della calma accessibile ci sono pochi uomini, ma l'umanità di chi è dietro il bancone è garantita da poche parole magre e da un vestire anonimo. Il bancone – altare e il barista – sacerdote restano servitori umili e senza giudizio.
Molte volte ho aspettato in questi luoghi che la notte passasse portando via le sue stanchezze. Le ho passate in buona compagnia, discutendo delle cose più care anche per mezzo del silenzio. Subito fuori, dopo aver usato un buon numero di bicchieri, ho respirato l'aria notturna con quella sensibilità polmonare così riacquisita, continuando a raffreddare le mie parole tra le strade antiche, sommando le mie a quelle di vecchi uomini che hanno parlato alle stesse latitudini, sotto Santa Croce, molti anni fa. Nella piazza ghirlandata di giovani e vestita di un quasi ormai spento mercatino di natale (accesi restano solo una giostra che forse ho sognato, il chiosco del vin brulè, e qualche tavolino ancora abitato ma di un altro chiosco chiuso) ho recitato queste parole, con voce grave e impastata, sotto occhi amabilmente assetati di giustizia:
Noi siamo i figli dei padri ammalati:
aquile al tempo di mutar le piume,
svolazziam muti, attoniti, affamati,
sull'agonia di un nume.
Nebbia remota è lo splendor dell'arca,
e già all'idolo d'or torna l'umano,
e dal vertice sacro il patriarca
s'attende invano;
s'attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l'esausta vergine s'abbranca
ai lembi del Sudario...
e poi il mio compagno di avventurosi brindisi ha tagliato banchi di volti umani con lingua infuocata di canti anarchici, buttati invano in faccia a quei volti senza fame.
Più in là attendeva Santo Spirito, una madre in grembo alla quale terminare nottate troppo vere per essere vissute con lucidità, mentre il corpo riacquista il peso.
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