Hanno iniziato costruendo un’utilissima ringhiera di ferro nel “balcone” di pietra davanti la finestra che aveva scelto come casa e dove teneva le sue indispensabili cose: giornali, libri, buste con cibo, cavatappi, vecchi articoli di quotidiani, la cassettina dove raccoglieva senza mai chiedere le offerte dei passanti.
Spesso e volentieri lo trovavi lì, di guardia al suo scorcio di mondo, e sempre aveva due parole da dire, un saluto, un commento, una battuta, una risata, una teoria, un dubbio, tutte merci sempre più rare.
Poi hanno proseguito sistemando le fioriere del ristorante vicino in modo che non avesse spazio dove sdraiarsi e annaffiando ogni sera generosamente la strada, chissà che non possa nascere una pianta di rose nere nella pietra.
Poi, per fortuna, è sparito, prima che disseminassero Piazza della Passera (strana e bellissima, se l’era scelta di gusto, chissà quante altre ne aveva viste prima, tutte uguali e tutte diverse) di mine antiuomo.
E ora chissà dov'è, si sarà messo in salvo, chissà quante volte avrà dovuto farlo, chissà quante volte ha dovuto respirare la stessa atmosfera, immagino avesse un sentore della sopportabilità umana e civile.
Per fortuna, diceva di essere abituato a vivere, e la vita è anche questo, è anche farsi da parte, quando non ti vogliono più, è capirlo e accettarlo, è farsene una ragione, è trasformare la rabbia in opportunità.
Ora, però, quando strascicando i piedi passo per quella via, l’anima assente che gioca a cercarsi e accecarsi, la testa piena di pensieri vuoti – la stessa cosa che averla vuota di pensieri pieni – mi manca, come se mi fosse servito a qualcosa.
Mi manca sapere che c’è, mi manca la scusa per fermarmi, a bere una birra, aspirare tabacco in compagnia, sbirciare il passaggio di simili frettolosi che quando va bene buttano giù un abbozzo di saluto e proseguono veloci, cantare pezzi di Guccini e De Andrè e fare a gara a chi li ricorda meglio – tutta la mia ammirazione a qualsiasi straniero che ama questi due, perché significa che ha mangiato e digerito la nostra lingua.
Mi manca la sua voce che si interrompe per un colpo di tosse, dolce e dura in quell’accento crucco, i suoi occhi “limpidi come un addio” e ora forse rischio di esagerare un po’ - anzi ho già esagerato, sembro una suora Orsolina che scrive un epitaffio a Dio.
Si trattava, quando capitava di farsi raccontare un passato lontano e troppo denso da poter raccontare.
Gli ultimi tempi diceva di aver avuto qualche problema di salute, complice una dieta completamente sballata e un po’ di disidratazione, per intenderci gli piaceva il mais e non l’acqua.
Di fronte a lui professionisti in eterno affanno, studenti in eterna attesa, vecchiette con il cane in eterno sdegno, madri di professione in eterna frustrazione, sfilavano via davanti, gettando un abbozzo di dialogo, un saluto smozzato, un aiuto non richiesto ma gradito; tutti sapevano che era lì e come detto, trovare gente disposta a dialogare è una merce talmente rara che qualcuno un giorno avrà la geniale idea di metterla in vendita.
L’hanno fatto fuori, civilmente, in un tacito accordo in nome dell’ordine, della moralità, del buon odore, della pulizia, dell’ anti degrado.
Ogni tanto spuntava qualche macchina di vigili urbani ma non umani, frustrati e perversi per professione, io dicevo di odiarli, lui con gli occhi vuoti diceva che se arrivano è perché qualcuno li chiama ed è il loro (sporco) lavoro.
Non so bene i motivi del tutto, quale noia desse oltre i normali bisogni fisiologici (quando inventeranno un uomo che non ne ha bisogno?), da chi sia partito l’input, quale il problema di base, chi ha messo i soldi per quella fottutissima ringhiera di merda, perché una persona o presunta tale, si mette in testa che, visto che è impossibile risolvere tutti i problemi, tanto vale crearsene uno visibile e pazienza se domani un silenzio assordante continuerà nell’indifferenza a coprire tutto e a invadere lo spazio infinito dell’amore.
Non voglio entrare quindi in merito a una questione che non conosco non essendo, mio malgrado, residente da quelle parti.

Ma mi piacerebbe avere davanti gli esecutori e i mandanti, e chiedergli perché. Avranno sicuramente ottime ragioni per zittirmi, ma non riuscirebbero a farlo con i miei dubbi.
Chi e perché, in nome di cosa o chi, di quale convinzione ignorata quando fa comodo, si può permettere di sentirsi padrone di una strada e scacciarci un inquilino.
Neanche il sindaco è padrone di una via, perché ella sopravviverà al suo mandato.
Se qualcuno davvero si sente in grado di decidere di scacciare un barbone dal posto che si è scelto per tirare avanti, magari credendo di aver fatto una cosa giusta, pensando così di aver fatto di colpo sparire il “problema” e la sua personificazione.
Solo chi crede ancora di poter eliminare la prostituzione mi fa più pena.
Mi piacerebbe averli davanti tutti, fissarli negli occhi, cercare un bagliore di pietà dimenticata, scorgerci un’immaginaria vergogna, ascoltare le loro ipocrite ragioni, sentirli apostrofare accuse, teoremi, prove, giocando a scaricabarile con la propria ragione, provare a metterli in difficoltà con le loro stesse parole o forse vederli impassibili sostenere le loro giuste tesi immaginandoli avviarsi alla messa di Natale e comunque, avvicinarmi, annoiato, a un grugno a caso e sospirare, con il mio sospiro più delicato:
“per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti, per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”