giovedì 31 dicembre 2009

¿Candida Höfer a Firenze?


In mostra a Palazzo Medici Riccardi dall’11 dicembre 2009 al 24 gennaio 2010, venti monumentali scatti che la fotografa tedesca Candida Höfer ha realizzato ad alcuni degli interni più evocativi della città di Firenze.

Insieme a Thomas Struth, Thomas Ruff, Andreas Gursky e Axel Huttle, Candida Hofer e' tra gli artisti fotografi piu' famosi al mondo e esponente del gruppo internazionalmente noto come la -Scuola di Dusseldorf".

Tra le piu' recenti mostre personali dell'artista ricordiamo la retrospettiva Architecture of Absence presso University Art Museum, Long Beach, California e Norton Museum of Art, West Palm Beach, Florida (2005); nel 2003 insieme a Martin Kippenberger ha rappresentato la Germania alla 50a Biennale di Venezia e nel 2002 ha partecipato a Documenta 11, Kassel, Germania.
Nonostante le immagini siano fondate su vuoti assoluti e luminosi, il grande protagonista dell'opera di Candida Hofer rimane pero' sempre l'uomo, come abitante e artefice primo di spazi, ambienti e interni Il mio lavoro riguarda la trasformazione di spazi in immagini”, cosi’ Candida Hofer descrive la sua opera che l’ha resa famosa come una ”antropologa delle architetture”.
L’opera di Candida Höfer è un’instancabile indagine sui luoghi nei quali comunità di persone si sono ritrovate e si ritrovano e nei quali si coagulano i significati della storia culturale. Höfer è un’antropologa dello spazio vissuto, una ricercatrice che attraverso la fotografia, utilizzata nella purezza di un raffinato stile documentario, ci parla dell’interiorità del mondo costruito dagli uomini. Questi, pur essendo che rivelano indizi della sua presenza e della sua essenza, del suo vivere sociale e anche politico. In tal modo la ricerca della Hofer passa ad un livello interiore di indagine, interrogandosi anche sul bisogno di artificio continuamente inseguito dagli uomini, con uno sguardo pero' preciso, senza pregiudizi.

Fra i suoi lavori più importanti: I turchi in Germania, della fine degli anni Settanta, con il quale analizza la presenza dei turchi in luoghi pubblici tedeschi come negozi, caffè, parchi; Spazi e Luoghi/Anni, titoli sotto i quali negli anni Novanta ha raggruppato fotografie di spazi pubblici di tutto il mondo; Giardino zoologico, sempre degli anni Novanta, una ricerca dedicata alle architetture degli zoo di vari paesi segnata da un forte visione morale e critica.

aperto: tutti i giorni  9.00-19.00
chiuso mercoledì.
Ingresso gratuito.

mercoledì 30 dicembre 2009

martedì 29 dicembre 2009

¿SEPPUKOO: ARTWORK DEL WEB 2.0 di Adern X?


Seppukoo (http://www.seppukoo.com) è un servizio web che ha una funzione precisa: eliminare un account creato presso un social network come facebook, indicandolo come un sorta di suicidio virtuale. Where there is no life, there is no death. Nel motto del servizio emerge come l'obiettivo non sia tanto la cancellazione dell'account quanto la critica di quello che è diventato il concetto di UGC (User Generated Content). UGC è (o era?) il concetto centrale del web 2.0, idea di una possibile democrazia dei contenuti in cui veniva sfumato, se non annullato, il confine tra creatore e fruitore. Di fatto servizi come YouTube e simili, concettualmente simili ai loro precursori storici  (in altri termini, in fondo, questi portali sono l'evoluzione del concetto di televisione o radio), hanno permesso l'inserimento di contenuti amatoriali che, per quanto magari esteticamente atroci come i filmini delle vacanze, potevano avere un minimo di pretesa estetica.
Il social network ha prodotto un salto le cui conseguenze, forse, non sono tanto prevedibili. Il contenuto è passato alla propria identità, chi mette un video su Vimeo (o chi per esso) uploada un filmato che è _slegato_ dalla persona, che di fatto è un quadratino a lato del  video. Su un social network è il video ad essere un quadratino nel profilo in cui le persone raccontano le loro passioni, e opinioni, più o meno interessanti; è un ornamento del profilo utente. Il vero contenuto è l'(auto)rappresentazione di se stessi, una forma di  autoritratto. Cosa succede quando si decide di cancellare un account? Si può accettare una sparizione dalla rete? Se il contenuto è se stessi, la cancellazione equivale ad un seppukoo? L'aspetto interessante di tutta l'operazione è l'essere una riflessione completamente interna al web 2.0, sia dal punto di vista metodologico e tecnico (non viene usato il web come vettore di contenuti, ma anche come oggetto della rappresentazione), sia dal punto di vista contenutistico. Associare la cancellazione di un account ad un seppukoo è la rappresentazione della sparizione di certi tipi di rapporti sociali ovvero che il ruolo di aggregatore dei rapporti personali (il ruolo che, un tempo, poteva avere la piazza) è diventato il social network. L'identità personale, o almeno una parte di essa, inizia a coincidere con l'identità sul network e quindi sta per diventare qualcosa di simile allo specchio lacaniano in cui, pensando di vedere l'altro, si sta vedendo solo se stessi.
"I veri creativi dell'era digitale sono gli hacker e non coloro che fanno bellissime imitazioni di film sperimentali" (Peter Kubelka)

sabato 19 dicembre 2009

¿COMUNICATO?








PER SCIOPERARE CONTRO LE VACANZE LA RIVISTA "IL MALPENSANTE" E L'ASSOCIAZIONE "ALLERTA PERMANENTE" SI ASTERRANNO DALLE ATTIVITÀ FINO AL 28 DICEMBRE 2009.

TANTI ANTIAUGURI!  


venerdì 18 dicembre 2009

¿Mostra fotografica "Ritratti. Frammenti di memoria" [Roma]?


Immaginate un volto. il volto di un personaggio che è stato protagonista della vita culturale della nostra società. Il volto di un narratore, di un saggista, poeta, regista, intellettuale, scienziato. Il volto di un uomo o di una donna che ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo della nostra conoscenza, con il suo talento ed il suo impegno. 
Ora moltiplicate questa immagine per centinaia di volte: ecco il contenuto della mostra Ritratti, di Vincenzo Cottinelli. 
Una galleria di ritratti che tessono il filo di una maglia storica, che si propone come un ponte fra due secoli, fra più culture; frammenti di una storia del pensiero, frammenti di una memoria condivisa che è necessario ravvivare in questi tempi di rimozione e revisione. 
Dal 1986 ad oggi Vincenzo Cottinelli ha fotografato alcuni fra i più importanti e rappresentativi intellettuali, artisti, filosofi e uomini di penna del panorama italiano e straniero. Da Alda Merini a Rita Levi Montalcini. Erri De Luca, Dario Fo, fino ad Amos Oz e Jose Saramago, senza dimenticare Tiziano Terzani, protagonista per Cottinelli anche del prezioso volume Tiziano Terzani: ritratto di un amico, edito da Vallardi. 
Scatti unici, pubblicati negli anni da alcune fra le testate più importanti del mondo. 
In occasione di questo evento, l’autore ha deciso di mettere in vendita parte di questa collezione. Alcune delle stampe sono copie uniche mentre, di altre ancora, esistono solamente due o tre esemplari. Ogni stampa è datata, nominata ed autografata dall’autore.


Vincenzo Cottinelli, Brescia 1938, fotografa in bianco e nero, soprattutto ritraendo intellettuali. Ha pubblicato ritratti e reportages sociali, sulle maggiori testate italiane ed internazionali e su moltissime copertine di libri. 
Fra i suoi libri: Sguardi, La Quadra,1995, idea e editing di Grazia Cherchi, testi di Lalla Romano; Volti dell’impegno, Grafo 1998, testi di Grazia Neri e Marco Vallora; Tiziano Terzani: ritratto di un amico, Vallardi, 2005, testi di Grazia Neri e Ettore Mo; La domenica, arabo, Riello & Medici Senza Frontiere, 2005, testi di Claudio Marra e Vincenzo Consolo.


*Rita Levi Montalcini, 1994 © Vincenzo Cottinelli 


INFO

Fino al 10 gennaio 2010
presso: Galleria/Libreria Mandeep
indirizzo: via dello Scalo di San Lorenzo, 55
orario: Lunedì - Sabato 11-13:30 / 15-21; chiuso Domenica e Lunedì mattina
costo: ingresso libero

giovedì 17 dicembre 2009

¿CONCORSO INTERNAZIONALE di SCRITTURA?





CONCORSO INTERNAZIONALE di SCRITTURA
“Tacitamente
Una riflessione sul silenzio (nell'epoca dei rumori)

Regolamento
Art.1 - Finalità
L’Associazione Culturale Allerta Permanente indice il Concorso Internazionale di Scrittura Contemporanea “Tacitamente”.
Il vincitore avrà la possibilità di pubblicare l’opera selezionata all'interno del prossimo numero della rivista “Il Malpensante”.
Art.2 - Tema
Il tema del Concorso è quello del “Silenzio”, inteso nella più ampia accezione del termine. Il candidato dovrà quindi sviluppare la tematica attraverso una sua personale elaborazione.
Art.3 - Tecniche
Il Concorso è aperto a tutti gli scrittori, senza limiti di eta’, sesso o altra qualificazione. Ogni scrittore può partecipare presentando fino ad un massimo di tre opere. Le opere devono sviluppare il tema proposto dall’Associazione organizzatrice.
Non sono previste limitazioni riguardanti la tecnica da utilizzare. Quindi possono essere prodotti elaborati in prosa, poesia, saggio breve, articolo, recensione, sceneggiatura, critica e quant'altro.
Le opere inviate non dovranno essere più di tre per persona, ciascuna delle quali sarà al massimo di 5000 battute circa, spazi compresi. Preferibilmente salvate in formato .txt
Art.4 - Giuria
La selezione delle opere candidate sarà effettuata da una Giuria di Premiazione costituita da membri dell'Associazione stessa.
Art. 5 - Quota d’iscrizione
La partecipazione è consentita soltanto agli iscritti dell’Associazione organizzatrice. Gli interessati dovranno quindi richiedere l'iscrizione ad Allerta Permanente. Il costo dell'iscrizione è di 20€, pari alla quota associativa annuale. A tutti i nuovi soci verrà consegnata la tessera d'iscrizione all’Associazione Allerta Permanente e godranno dei relativi vantaggi. Verranno quindi inseriti nella mailing-list dell’Associazione e riceveranno gratuitamente a casa tre uscite della rivista “Il Malpensante”. Il pagamento della quota d’iscrizione deve essere effettuato con un versamento sulla seguente cartaPostePay :
N. carta: 4023 6005 5173 0049
Intestata a: MARCO PIERACCINI (tesoriere dell'associazione)
Oppure online tramite pagamento PayPal, sul sito ilmalpensante.it nella sezione Concorso. A seguito del pagamento inviare copia della ricevuta di pagamento oppure i dettagli (giorno, orario, luogo) del versamento.
Art. 6 - Modalità di partecipazione
Tra il 1° e il 10 marzo la Giuria si riunirà per decretare il vincitore. Il nome del vincitore sarà pubblicato sul sito www.ilmalpensante.it e riceverà una notifica via e-mail. Ai fini dell’ammissione al concorso il candidato deve allegare quanto segue:
1. Curriculum e biografia
2. Versamento della quota d’iscrizione a nome del concorrente e invio dei dettagli o delle relative ricevute.
3. Domanda di partecipazione compilata e firmata (scaricabile da ilmalpensante.it o da malpensare.com)
4. Elaborati come descritti nell’art. 3 del presente regolamento.
Il candidato ha quindi la possibilità di inviare fino ad un massimo di tre opere, all’indirizzo info@ilmalpensante.it entro e non oltre il 28 febbraio 2010, previo pagamento della quota d’iscrizione. Il bando può essere scaricato dal blog malpensare.com o dal sito ilmalpensante.it nella sezione dedicata al Concorso.
Art. 7 - Premio
Al vincitore sarà dedicata una sezione all'interno della rivista “Il Malpensante”, uno spazio di rilievo all'interno del sito ilmalpensante.it e sul blog malpensare.com. Inoltre, è previsto che anche i primi 3 candidati scelti vedano pubblicati i propri lavori nella sezione del sito dedicata al Concorso .
Art. 8 - Responsabilità
E’ responsabilità degli artisti tenersi aggiornati sugli sviluppi del Concorso, che saranno costantemente pubblicati sul sito ilmalpensante.it. L’organizzazione invierà a tutti gli iscritti al concorso le comunicazioni pertinenti. Si raccomanda pertanto di fornire un indirizzo e-mail reale ed esatto e di consultare periodicamente la propria posta elettronica.
Art. 9 - Consenso
Le decisioni della Commissione di premiazione sono inappellabili e insindacabili. L’artista premiato ha facoltà di rinunciare al premio senza però chiedere ad Allerta Permanente nessuna forma di risarcimento, in tal caso il premio sarà assegnato al secondo della classifica stilata dalla giuria. Ciascun candidato concede ad Allerta Permanente i diritti di riproduzione delle opere ai fini della loro pubblicazione sulla rivista “Il Malpensante”, sul sito internet ilmalpensante.it e sul blog malpensare.com . La partecipazione al Concorso implica la conoscenza e la totale accettazione del presente Regolamento.



Per scaricare il bando del concorso clicca qui.
Per scaricare la domanda di partecipazione al concorso clicca qui.
Per scaricare la domanda di iscrizione all'Associazione Allerta Permanente clicca qui.
Per effettuare il pagamento della quota di ammissione tramite paypal clicca sul link seguente:




martedì 15 dicembre 2009

¿MANUELA MORGIA?












Manuela nasce a Roma nel 1986 a Roma. Da sempre legata all'arte, si diploma al liceo artistico Giorgio de Chirico e poi prosegue gli studi nell'ambito della storia dell'arte nel dipartimento di lettere e filosofia alla Sapienza.

domenica 13 dicembre 2009

¿I RIFUGI di Roberto Cosenza?


Alle 21.00 dallo splendore recuperato di Piazza della Repubblica ci dirigiamo in direzione opposta alle fatiche del lavoro, sciogliendo il primo saluto prosando quotidiane normalità. Per chi non vive questa città non è chiaro da subito, ma esistono buoni rifugi notturni. Questi rifugi permettono di galleggiare con pochi euro, riscaldarsi con un porto accessibile e qualche parola senza stampo, onesta, mentre fuori la notte cerca di sofisticare il suo silenzio, la sua violenza, il suo freddo.
La notte fiorentina è una notte realmente sterile poiché priva di gatti.
Nei luoghi della calma accessibile ci sono pochi uomini, ma l'umanità di chi è dietro il bancone è garantita da poche parole magre e da un vestire anonimo. Il bancone – altare e il barista – sacerdote restano servitori umili e senza giudizio.
Molte volte ho aspettato in questi luoghi che la notte passasse portando via le sue stanchezze. Le ho passate in buona compagnia, discutendo delle cose più care anche per mezzo del silenzio. Subito fuori, dopo aver usato un buon numero di bicchieri, ho respirato l'aria notturna con quella sensibilità polmonare così riacquisita, continuando a raffreddare le mie parole tra le strade antiche, sommando le mie a quelle di vecchi uomini che hanno parlato alle stesse latitudini, sotto Santa Croce, molti anni fa. Nella piazza ghirlandata di giovani e vestita di un quasi ormai spento mercatino di natale (accesi restano solo una giostra che forse ho sognato, il chiosco del vin brulè, e qualche tavolino ancora abitato ma di un altro chiosco chiuso) ho recitato queste parole, con voce grave e impastata, sotto occhi amabilmente assetati di giustizia:
Noi siamo i figli dei padri ammalati:
aquile al tempo di mutar le piume,
svolazziam muti, attoniti, affamati,
sull'agonia di un nume.
Nebbia remota è lo splendor dell'arca,
e già all'idolo d'or torna l'umano,
e dal vertice sacro il patriarca
s'attende invano;
s'attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l'esausta vergine s'abbranca
ai lembi del Sudario...
e poi il mio compagno di avventurosi brindisi ha tagliato banchi di volti umani con lingua infuocata di canti anarchici, buttati invano in faccia a quei volti senza fame.
Più in là attendeva Santo Spirito, una madre in grembo alla quale terminare nottate troppo vere per essere vissute con lucidità, mentre il corpo riacquista il peso.

sabato 12 dicembre 2009

¿La terra vivente. Il paesaggio nelle collezioni veronesi a Palazzo Forti (Inaugurazione 12 dicembre)?


"La terra vivente. Il paesaggio nelle collezioni veronesi a Palazzo Forti" è il titolo della nuova proposta espositiva della Galleria d’Arte Moderna collegata alla valorizzazione del proprio patrimonio artistico.
Si tratta di un’ampia ed articolata rassegna in cui saranno presentati più di 100 lavori pittorici sul tema del paesaggio, la maggior parte provenienti dalla collezione civica - in molti casi opere inedite - a cui si aggiungono  preziosi dipinti di proprietà della Fondazione Cariverona, della Fondazione Pio Semeghini e di altre raccolte veronesi private.
Il percorso è articolato in sezioni storico-tematiche, ad iniziare dalla prima metà dell’800 - con i preannunci del naturalismo espresso con i significativi lavori di Giuseppe Cannella, dei fratelli Palizzi, Induno, e G.Valentini – per proseguire con i dipinti di Mosè Bianchi, Emilio Praga, E.Sorio in cui il paesaggio, da luogo-sfondo delle vicende storiche ed umane, si avvia a diventare soggetto degno “di per sé” di essere rappresentato in pittura.
Le opere di Dall’Oca Bianca, Zoccatelli, Cabianca, Signorini, Michetti, Vittorio Avanzi introducono la sezione in cui la Natura si offre come scenario simbolico, sia per restituire dignità ai temi tratti dalla realtà quotidiana sia per riversare le inquietudini e gli smarrimenti dell’anima.
La sezione della Modernità – qui intesa come il periodo in cui gli artisti si avviano ad esplorare nuovi territori formali e linguistici per una pittura che non può che “raccontare” se stessa:  la magia del colore, le tensioni della forma, l’incanto della luce, la ricchezza della materia - è rappresentata da autentici capolavori di artisti quali Casorati, Balla, Baldassare Longoni, de Pisis Gino Rossi e molti altri.
Ma una tappa significativa del percorso è quella riservata all’interessante produzione pittorica veronese, con due sale dedicate ai protagonisti della prima metà del ‘900, da Trentini a Semeghini, da Zamboni a Stringa, da Beraldini a Nardi, e poi ancora Farina, Pigato, Vitturi, Morando.
La mostra si conclude alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, con le visioni di maestri quali Arturo Tosi, Birolli, Morlotti, Morandi, Vedova, Tancredi, Afro, Santomaso, Licini, Schifano, Ceroli nelle quali la natura diventa sempre più espressione della partecipazione dell’artista all’esistenza umana, viva manifestazione delle problematiche e delle pulsioni della cultura moderna.
Nel cuore della mostra, infine, a suggerire e testimoniare anche il senso della ricerca contemporanea, impegnata da tempo nel dialogo con i linguaggi del passato, l’opera del giovane Giovanni  Frangi, realizzata per l’occasione. E’ un’installazione che ben si adatta alla misura ambientale del suggestivo spazio storico di Palazzo Forti e, allo stesso tempo - realizzata con grandi immagini di cieli nuvolosi, che risentono di una tradizione figurativa che va da Mantegna a Constable, e colorati elementi a simulare la terra sul pavimento - ricorda la semplicità e la pregnanza proprie dell’arte che si confronta con la Natura, così come è illustrata lungo tutto il percorso espositivo.
Un lavoro prezioso ed emozionante, dunque, di ricognizione e recupero per un’esposizione che funge anche da naturale completamento della grande rassegna Corot e l’arte moderna. Souvenirs et impressions – in corso alla Gran Guardia – permettendo  al pubblico di conoscere espressioni storiche del tessuto artistico locale, nonché di confrontarsi con coeve opere di respiro nazionale.

venerdì 11 dicembre 2009

¿MANIPULATING REALITY di Andrea Piran (Adern X)?



Il rapporto tra arte e realtà è il tema della mostra che si svolge al CCCS a Firenze fino al 17.01.2010. Il tema in sé è una conseguenza della modernità, infatti se uno dei temi storici dell'arte è stata la rappresentazione fedele della realtà (basti pensare ai rittratisti), una delle tendenze di fondo dell'arte, oggi, è la manipolazione della realtà a scopi estetici.
La mostra espone il tema seguendo due vie: da una parte artisti che mostrano delle realtà nascoste da quello che è diventato il nostro occhio sul mondo (la televisione) come nel caso di Adam Broomberg & Oliver Chanarin che mostrano immagini, riprese da una cassa, della guerra in Iraq o Aernout Mik che mostra le immagini scartate, perché poco spettacolari o ritenute "inutili", della guerra in Yugoslavia e le foto di Elena Dorfman che ritraggono uomini che scelgono di vivere con delle bambole e a cui arrivano a dare affetto. L'altra via è la (ri)costruzione della realtà a partire da un'altra realtà come nel caso di Thomas Demand che fotografa realistiche ricostruzioni di stanze celebri eppure vuote, spogliate di ogni forma di (residua?) umanità essendo prive di riferimenti a chi le abiti. Artisti come si dedicano a spesso efficaci manipolazioni fotografiche come nel caso di Andreas Gefeller che giustappone frammenti di case per ricostruire paesaggi immaginari a partire ad oggetti assolutamente concreti.
In fondo, il ra pporto tra immagine e realtà è problematico poiché è sottile la differenza che intercorre tra realtà e realtistico. Che vuol dire reale? Abbiamo dei criteri con cui stabilire cos'è reale e cosa è ricostruito? Se non sapessimo, per qualche ragione, che non ci sono tappeti nelle foreste ma la terra non prenderemmo le fotografie di Rosemary Laing per reali? Oppure, non è ricostruzione il solo decidere ti tagliare un parte di un filmato?
Le altre opere sono un approfondimento di questi temi principali, spesso esteticamente riuscite, essendo meno dotate di spunti particolarmente originali, come nel caso di Cody Trepte che espone libri il cui contenuto è il codice binario di immagini di famiglia digitalizzate, esponedo una riflessione interessante sull'impatto delle nuove tecnologie.
Un caso a parte diventa il video Placebo di Saskia Olde Wolbers, storia (forse) reale la cui parte visiva è quasi un sogno popolato da oggetti che, col procedere della narrazione, si sgretolano goccia a goccia perché i sogni si sgretolano quando diventano illusioni a contatto con la realtà.
In definitiva è una mostra riuscita che merita occhi e menti attente ad un tema che, nel bene o nel male, fa parte non solo dell'arte ma delle nostre vite.

giovedì 10 dicembre 2009

¿ELIMINAZIONE CIVILE di Francesco Consumi?


Hanno iniziato costruendo un’utilissima ringhiera di ferro nel “balcone” di pietra davanti la finestra che aveva scelto come casa e dove teneva le sue indispensabili cose: giornali, libri, buste con cibo, cavatappi, vecchi articoli di quotidiani, la cassettina dove raccoglieva senza mai chiedere le offerte dei passanti.
Spesso e volentieri lo trovavi lì, di guardia al suo scorcio di mondo, e sempre aveva due parole da dire, un saluto, un commento, una battuta, una risata, una teoria, un dubbio, tutte merci sempre più rare.
Poi hanno proseguito sistemando le fioriere del ristorante vicino in modo che non avesse spazio dove sdraiarsi e annaffiando ogni sera generosamente la strada, chissà che non possa nascere una pianta di rose nere nella pietra.
Poi, per fortuna, è sparito, prima che disseminassero Piazza della Passera (strana e bellissima, se l’era scelta di gusto, chissà quante altre ne aveva viste prima, tutte uguali e tutte diverse) di mine antiuomo.
E ora chissà dov'è, si sarà messo in salvo, chissà quante volte avrà dovuto farlo, chissà quante volte ha dovuto respirare la stessa atmosfera, immagino avesse un sentore della sopportabilità umana e civile.
Per fortuna, diceva di essere abituato a vivere, e la vita è anche questo, è anche farsi da parte, quando non ti vogliono più, è capirlo e accettarlo, è farsene una ragione, è trasformare la rabbia in opportunità.
Ora, però, quando strascicando i piedi passo per quella via, l’anima assente che gioca a cercarsi e accecarsi, la testa piena di pensieri vuoti – la stessa cosa che averla vuota di pensieri pieni – mi manca, come se mi fosse servito a qualcosa.
Mi manca sapere che c’è, mi manca la scusa per fermarmi, a bere una birra, aspirare tabacco in compagnia, sbirciare il passaggio di simili frettolosi che quando va bene buttano giù un abbozzo di saluto e proseguono veloci, cantare pezzi di Guccini e De Andrè e fare a gara a chi li ricorda meglio – tutta la mia ammirazione a qualsiasi straniero che ama questi due, perché significa che ha mangiato e digerito la nostra lingua.
Mi manca la sua voce che si interrompe per un colpo di tosse, dolce e dura in quell’accento crucco, i suoi occhi “limpidi come un addio” e ora forse rischio di esagerare un po’ - anzi ho già esagerato, sembro una suora Orsolina che scrive un epitaffio a Dio.

Si trattava, quando capitava di farsi raccontare un passato lontano e troppo denso da poter raccontare.
Gli ultimi tempi diceva di aver avuto qualche problema di salute, complice una dieta completamente sballata e un po’ di disidratazione, per intenderci gli piaceva il mais e non l’acqua.
Di fronte a lui professionisti in eterno affanno, studenti in eterna attesa, vecchiette con il cane in eterno sdegno, madri di professione in eterna frustrazione, sfilavano via davanti, gettando un abbozzo di dialogo, un saluto smozzato, un aiuto non richiesto ma gradito; tutti sapevano che era lì e come detto, trovare gente disposta a dialogare è una merce talmente rara che qualcuno un giorno avrà la geniale idea di metterla in vendita.
L’hanno fatto fuori, civilmente, in un tacito accordo in nome dell’ordine, della moralità, del buon odore, della pulizia, dell’ anti degrado.
Ogni tanto spuntava qualche macchina di vigili urbani ma non umani, frustrati e perversi per professione, io dicevo di odiarli, lui con gli occhi vuoti diceva che se arrivano è perché qualcuno li chiama ed è il loro (sporco) lavoro.
Non so bene i motivi del tutto, quale noia desse oltre i normali bisogni fisiologici (quando inventeranno un uomo che non ne ha bisogno?), da chi sia partito l’input, quale il problema di base, chi ha messo i soldi per quella fottutissima ringhiera di merda, perché una persona o presunta tale, si mette in testa che, visto che è impossibile risolvere tutti i problemi, tanto vale crearsene uno visibile e pazienza se domani un silenzio assordante continuerà nell’indifferenza a coprire tutto e a invadere lo spazio infinito dell’amore.
Non voglio entrare quindi in merito a una questione che non conosco non essendo, mio malgrado, residente da quelle parti.
Ma mi piacerebbe avere davanti gli esecutori e i mandanti, e chiedergli perché. Avranno sicuramente ottime ragioni per zittirmi, ma non riuscirebbero a farlo con i miei dubbi.
Chi e perché, in nome di cosa o chi, di quale convinzione ignorata quando fa comodo, si può permettere di sentirsi padrone di una strada e scacciarci un inquilino.
Neanche il sindaco è padrone di una via, perché ella sopravviverà al suo mandato.
Se qualcuno davvero si sente in grado di decidere di scacciare un barbone dal posto che si è scelto per tirare avanti, magari credendo di aver fatto una cosa giusta, pensando così di aver fatto di colpo sparire il “problema” e la sua personificazione.
Solo chi crede ancora di poter eliminare la prostituzione mi fa più pena.
Mi piacerebbe averli davanti tutti, fissarli negli occhi, cercare un bagliore di pietà dimenticata, scorgerci un’immaginaria vergogna, ascoltare le loro ipocrite ragioni, sentirli apostrofare accuse, teoremi, prove, giocando a scaricabarile con la propria ragione, provare a metterli in difficoltà con le loro stesse parole o forse vederli impassibili sostenere le loro giuste tesi immaginandoli avviarsi alla messa di Natale e comunque, avvicinarmi, annoiato, a un grugno a caso e sospirare, con il mio sospiro più delicato:
“per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti, per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”


lunedì 7 dicembre 2009

¿MI SONO PERSO AL CONFINE di Roberto Cosenza?


Rispondo all'articolo di David Randall apparso su www.internazionale.it, dal titolo “Ho smesso di leggere i romanzi”.


Si può essere d'accordo con David Randall solo nel caso in cui si considerino i sostantivi “storia” e “romanzo” come indicativi di categorie tanto statiche quanto astratte e inconsistenti.
Egli afferma di preferire la realtà stessa ad una finzione che cerchi di riprodurla, e che la finzione letteraria ha senso solo “quando supera i limiti di ciò che è fisicamente possibile e diventa una fantasia rivelatrice o commovente”, vale a dire solo quando la finzione resta tale e non esce dai suoi confini, perseverando nell'artificio, mantenendosi lontana dalle cose reali. Tutte quelle finzioni che introducono al loro interno elementi reali, apprendiamo nel finale “situazioni” o “persone”, non sono degne di considerazione. A questo egli preferisce un libro di storia, “m’interessano solo le cose successe veramente, e non ho voglia di leggere storie inventate”.
Ritengo che per accettare queste riflessioni bisognerebbe considerare il romanzo come oggetto di schemi ripetitivi, sempre in bilico tra il fingere o il rincorrere la realtà, incapace di propri percorsi indipendenti, non concepibile come una dimensione o una via a se diversa e solida, dove valgono altre regole, ma considerabile solo in funzione della realtà che diviene unico punto di orientamento. Dovremmo inoltre considerare la storia come un'entità che concretamente e oggettivamente può essere presente in un testo e conoscibile definitivamente. Sarebbe quindi possibile scegliere tra una narrazione astratta o dei fatti concreti. Ancora dovremmo accettare l'idea che la realtà stessa stia fuori dai romanzi e che possa risiedere invece nei libri di storia.
Credo invece in primis che le considerazioni sulla storia - dunque gli studi e le conseguenti pubblicazioni - siano sempre provvisorie in attesa di nuove tesi e considerazioni. Siamo dunque lontani dal poter constatare definitivamente (leggendoli) fatti realmente accaduti.
Non è possibile muoversi tra realtà, storia, narrazione e vita come tra mondi separati. La storia studia fatti degli uomini e del mondo. La vita degli uomini è fatta delle loro azioni, delle loro giornate, delle loro scelte, e in questo rientra la loro cultura, il loro svago, il loro linguaggio e anche la loro letteratura, che di tutte queste cose insieme e di altro ancora parla. La storia a sua volta è esattamente una forma di narrazione, ma che riguarda la figura dello storico, il quale raccoglie elementi, fa ipotesi, elabora, e scrive, come fa un autore. Certo l'autore, si potrebbe dire, non è uno studioso, non arriva ad offrire una conoscenza dimostrata che è possibile smentire solo con nuove ricerche. Quale tipo di autore? Di quale letteratura e romanzo parliamo? Questo non è chiaro nell'articolo.
Intanto certamente l'unica condizione in cui di fatto la finzione resterebbe solo finzione è nel momento in cui cercassimo di narrare la storia delle cose inanimate dal loro punto di vista, quella narrazione può essere fatta dagli uomini ed è un'esperienza che non riguarda gli uomini. Scrivere ad esempio gli eventi vissuti da un sasso sin dal principio lavico dal suo punto di vista, (oltre che assurdo) sarebbe puro artificio, uno perché non essendoci una mente non c'è punto di vista, due perché non c'è di conseguenza narrazione senza il cervello, e tre perché l'uomo assiste solo dall'esterno a certe cose della natura e la narrazione diviene cronaca ipotetica e infondata. Eppure la scienza può dirci cosa è successo ai minerali, eppure i minerali stessi lasciano narrazioni, a modo loro, consultabili, ma che non sono fatte di parole. E di queste narrazioni cosa ne dovremmo fare? È labile il confine tra certa letteratura e ricerca (storica o, perché no, scientifica).
Obiezione! Si parla di romanzo.
Cos'è il romanzo? Che struttura deve avere? Quale forma? L'esperienza ci insegna che queste regole sono molto relative.
Per credere alle considerazioni di David Randall dovremmo ancora ignorare tutta quella letteratura che ha fatto della rielaborazione della vita vissuta una forma di conoscenza utile agli stessi storici. Oppure dovremmo ignorare quella letteratura che ha analizzato la storia, quegli autori-storici. Ancora dovremmo ignorare quella letteratura che ha ispirato la storia, i fatti, fatti sui quali poi gli storici hanno scritto. Dunque gli storici cosa studiano e cosa scrivono? La storia parla di cose storiche in sé, cioè che nella loro sostanza sono storia? Oppure la storia diventa storia nel momento in cui viene narrata? Voglio aggiungere che l'autore stesso è storia, è una fonte vivente consultabile dagli storici, ed è una fonte vivente per il semplice fatto di essere un elemento presente in una determinata realtà storica, esattamente come i piatti in cui mangia i quali un giorno saranno archeologia. Quindi uno storico non può privarsi di documenti, fonti, e testimonianze così preziose: se non volgiamo prendere sul serio la lettura di un romanzo, prendiamola come un semplice lavoro di consultazione di dati, appunto come una constatazione di fatti esistenti, accaduti (l'autore ha scritto, è accaduto).
Ancora, non posso credere all'affermazione che descrive di un'astensione dalla narrazione motivata dalle cause spiegate nell'articolo, poiché questo comprenderebbe anche il cinema, e in tal senso una discriminazione tra letteratura e cinema non si spiega, essendo il cinema una forma di narrazione molto simile alla letteratura, anche alla luce della loro compenetrazione e derivazione continua sin dal principio dell'esperienza cinematografica, tanto da poter parlare di reciproca ispirazione e influenza (il montaggio ad esempio ha fatto irruzione nel romanzo).
L'autore non è mai separato dalla realtà e quindi dalla storia, porta con se la sua esperienza e questa è fortemente presente nei suoi scritti attraverso il suo filtro. Chi è Pamuk, chi era Pasolini?
Ancora la letteratura è in grado di produrre situazioni nuove seguendo le dinamiche dell'esistenza, quindi producendo nuove esperienze sempre vivibili, dunque storia, alla stregua di una riproduzione plastica, o di un esperimento in laboratorio, o di una riproduzione virtuale al computer di una determinata situazione fatte da altre figure di ricercatori. Escludere questa esperienza significa amputarsi anche dell'esperienza dell'ipotesi e della deduzione. Tramite l'inventiva si possono ipotizzare situazioni non ancora verificate e compiutesi nella realtà. La letteratura può quindi andare avanti, sperimentare realtà nuove, come fa la ragione, il genio, l'analisi, l'ipotesi dello storico, essere strumento per lo storico stesso.
È forse quello di David Randall un pregiudizio che considera i fatti della letteratura esperienza minore? Voglio inoltre sottolineare che esiste una narrazione di fatti sfuggenti che la realtà e la storia non possono raccontare, e mi riferisco ai protagonisti della narrazione poetica (esco dal romanzo, ma si è parlato di fatti successi, e io sto per parlare di fatti esistenti e non descrivibili altrimenti): come potrà la storia descrivere le cose che ha descritto ad esempio Ungaretti? Come possiamo attenerci alla realtà astenendoci dalla finzione, ma di una finzione così alta da raggiungere concretezze altrimenti irraggiungibili?
Edward Said al quale sono molto legato, in “Orientalismo” ha parlato di storia analizzando la letteratura, e ci ha insegnato come cultura e storia siano legate a tal punto da influenzarsi reciprocamente in modo profondo e incontestabile.
Mi perdoni sig. David Randall ma le sue affermazioni sembrano una pura provocazione fine a se stessa. I romanzi che lei descrive sono l'intrattenimento, e in questo caso posso essere d'accordo con lei, ma per fortuna gli uomini sono andati oltre lo spettacolo. Non riesco a immaginare la storia senza il romanzo, anche perché, forse per incapacità mia, non vedo il confine tra le due cose.

venerdì 4 dicembre 2009

¿concorso fotografico "fotografa la cultura"?

Il Ministero per i beni e le attività culturali, nell'ambito della campagna promozionale "Scopri CulturaItalia" (http://www.culturaitalia.it), con il supporto dell'Osservatorio tecnologico per i beni e le attività culturali, organizza un concorso fotografico a premi sul tema "Fotografa la cultura".
Le iscrizioni si chiudono il 12 gennaio 2010.


REGOLAMENTO SU WWW.CULTURAITALIA.IT


¿Via dall'Europa con la poesia?


L'Auditorium di Roma propone un viaggio letterario fuori dal Vecchio Continente: un ciclo di letture di attori, introdotte da studiosi, per ascoltare versi di autori lontani. La rassegna è curata da Valerio Magrelli


30 novembre 2009 - 10 maggio 2010


Dopo il successo della rassegna della scorsa stagione Lingue della poesia, l’Auditorium Parco della Musica di Roma rende nuovamente omaggio ai versi dei grandi poeti del Novecento, con una manifestazione intitolata “Via dall'Europa. La poesia del mondo”, che prende il via il 30 novembre nel Teatro Studio e avrà il ritmo di un appuntamento al mese, per concludersi lunedì 10 maggio, con Sandro Lombardi che legge Ezra Pound, introdotto da Massimo Bacigalupo. Una rassegna che intende l’arte poetica come una vera e propria forma di spettacolo, come spiega Carlo Fuortes, amministratore delegato della Fondazione Musica per Roma, esorcizzando in tal senso la visione diffusa di un genere oligarchico e riservato all’élite, per ricondurre, piuttosto, come sottolinea Gianni Borgna, il presidente della Fondazione, al significato primo e originario della poesia, ovvero di arrivare all’anima di ciascun individuo.

Ciascun incontro, della durata di circa un’ora, si svolgerà nella forma di conversazione introduttiva all'ascolto della poesia. Insieme al curatore della rassegna, Valerio Magrelli, ognuno degli studiosi invitati darà un volto ad alcune composizioni degli autori scelti, permettendo allo spettatore di addentrarsi nello scenario creativo che si cela dietro ogni verso, a partire dal racconto biografico dell’autore fino alla contestualizzazione storico-letterario del brano scelto, con un'analisi dei testi originali; sarà, infine, la voce di alcuni fra i più famosi attori italiani a dare forma sonora alle poesie, presentate nella versione italiana. «Noi – ha spiegato Magrelli in occasione della presentazione – ci troviamo tra le secche dello specialismo deleterio e devastante rappresentato da un linguaggio incomprensibile ed elitario che molto ha a che fare con le nostre università e la deriva televisiva di totale incompetenza, che parla a tutti ma non dice niente. La nostra scommessa è quella di percorrere una terza via: strappare per un giorno lo studioso specialista di uno di questi grandi autori alle sue biblioteche e costringerlo a spiegare tutto con estrema chiarezza, senza sottintesi e senza dare nulla per scontato».

Ad inaugurare la rassegna sarà  Margherita Buy, che interpreterà il canto di fratellanza universale proprio della lirica di Léopold Sédar Senghor, l'ideologo della négritude saggista, uomo politico senegalese di lingua francese, nato a Joal (Senegal) nel 1906 e morto in Normandia nel 2001: la serata sarà introdotta da Graziano Benelli. Sabato 12 dicembre avrà luogo il secondo appuntamento, in cui Laura Morante leggerà i versi di Bei Dao, pseudonimo di Zhao Zhenkai, nato a Pechino nel 1949, oggi docente universitario a Hong Kong, più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Il 12 gennaio sarà Cosimo Cinieri, dopo l’introduzione di Francesca Corrao, a intraprendere un viaggio affascinante nella cultura araba, leggendo le rime di Adonis (Ali Ahmad Sa‘īd Isbir), nato nel 1930 a Qassabīn, in Siria. Una serata di sogni argentini è quella, invece,  presentata da Antonio Melis, che vedrà Donatella Finocchiaro confrontarsi con le atmosfere inconfondibili di Jorge Luis Borges, mercoledì 23 febbraio.

La serata prevista per lunedì 29 marzo, introdotta da Giorgio Renato Franci, vedrà Fabrizio Gifuni rievocare la profonda sensibilità di Rabindranath Tagore(Rabíndranáth Thákhur), pensatore, drammaturgo, filosofo indiano, nato a Calcutta nel 1861 e vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1913, che infuse nelle sue liriche un canto di fratellanza, con l’audace intento di conciliare Oriente e Occidente.  I versi del pittore, musicista, agronomo, nonché poeta Kenji Miyazawa (Hanamaki, 1896-1933), uomo eclettico dalle tante sfaccettature, prenderanno vita il 19 aprile attraverso la voce e l'interpretazione diMichele Placido, con una presentazione di Giorgio Amitrano. Infine, l’ultimo appuntamento, sarà dedicato all’estro di Ezra Pound, nato nel 1885 a Hailey nell'Idaho e morto a Venezia nel 1972, protagonista del movimento modernista e, in particolare, dell'imagismo e del vorticismo, con l’i ntroduzione diMassimo Bacigalupo e la lettura di Sandro Lombardi.

Laura Morante (foto Fabio Lovino)

mercoledì 2 dicembre 2009

¿SCEMENZE di Francesco Consumi?


"Non saprei da dove nasce. Però sta lì: una certa passione per gli scrittori del passato. E le mie passioni non sono nemmeno precise, sono solo mie, quasi interamente inventate.
Penso a Sherwood Anderson, per esempio, come a un ometto, le spalle leggermente curve.
Probabilmente era alto e diritto. Non importa. Io lo vedo a modo mio. (Non ho mai visto una sua foto.)
Dostoevskij me lo vedo come un tipo con la barba, piuttosto appesantito e occhi fiammeggianti color verde scuro. Prima era troppo grasso, poi troppo magro, poi troppo grasso. Sciocchezze, certo, ma le mie sciocchezze mi piacciono. Dostoevskij lo vedo persino come uno che sbavava per le ragazzine. Faulkner, lo vedo un pò in penombra come un uomo eccentrico e dall'alito pesante. Gor'kij, lo vedo come uno spione ubriacone. Tolstoj come uno che andava su tutte le furie per un nonnulla. vedo Hemingway come uno che si esercitava nella danza classica dietro una porta chiusa. Vedo Cèline come uno che aveva problemi di insonnia. Vedo E.E. Cummings come un grande giocatore di biliardo. Potrei andare avanti all'infinito.
Queste visioni mi venivano soprattutto quando ero uno scrittore morto di fame, mezzo matto e incapace di stare in società.  Avevo poco o niente da mangiare ma molto tempo a disposizione. Chiunque fossero, per me gli scrittori erano una magia. Aprivano le porte in modo diverso. Al risveglio avevano bisogno di bere qualcosa di forte. La vita era maledettamente troppo per loro. Ogni giorno era come camminare su cemento fresco. Ne facevo i miei eroi. Me ne nutrivo. L'idea che ne avevo mi sosteneva nel mio nulla. Pensare a loro era meglio che leggerli. Come D.H. Lawrence. Che tipetto perverso. Il suo sapere era tale che era sempre scocciato. Adorabile, adorabile. E Aldous Huxley.... pura forza cerebrale. Il suo sapere era tale che gli faceva venire il mal di testa.
Mi stendevo sul mio letto da affamato e pensavo a quegli uomini.
La letteratura era così... Romantica. Sì.
Ma andavano bene anche i musicisti e i pittori, sempre sul punto di impazzire, suicidi, che facevano cose strane e spiacevoli. Il suicidio sembrava proprio una buona idea ......
........ Era meglio quando potevo ancora immaginare una grandezza negli altri, anche se magari non sempre c'era.
Nella mia mente, vedevo Gor'kij in una pensione russa che chiedeva tabacco al suo vicino. Vedevo Robinson Jeffers parlare a un cavallo. Vedevo Faulkner fissare l'ultimo sorso nella bottiglia. Certo, certo, erano scemenze. Giovane uguale scemenze e vecchio uguale scemo. (...)"
(Charles Bukowski Il capitano è fuori a pranzo 16/3/92 12:53 AM).

Scemenze, non ci sono dubbi. Più che altro completamente inutili, stupide, pretenziose. Uno scrittore quel che dice lo scrive, e basta. Il resto non sarebbe affar nostro. Scemenze affascinanti, però.
Immaginarselo, uno a caso di questi personaggi immaginari che finisce a diventare tale  nelle coscienze assetate di mitologia di cui ogni cuore ha un preciso bisogno. Immerso in un giorno a caso, pieno di vita e quotidianità, seduto a un tavolino con un amico, in fila all'ufficio postale o in mezzo a una strada affollata. Racchiuso su se stesso con la testa piena di parole rimbombanti, disperato dentro una notte senza luna, stanco dopo aver scritto mille pagine di fila senza mai fermarsi neanche a pisciare.
Ma non solo letteratura. Peggio devono essere i compositori, anche se non ho un grande orecchio e non  mi intendo troppo di pittura. Ma ci pensate avere la testa che non fa altro che creare musica, mettendo insieme note uscite chissà dove? Roba da matti, appunto. In mezzo a silenzi abissali o rumori confusi e disordinati di folle anarchicamente ubbidienti. Ve lo immaginate Chopin che dopo aver composto la marcia funebre o le sue fantasie rivoluzionarie si va a fare due passi per prendere un pò d'aria? Roba da saltare addosso al primo passante e sgozzarlo o inchinarsi davanti a un fiume a chiedere aiuto. Come si fa a fingere normalità, salutare con gesto fermo ma cordiale un conoscente mentre l'anima vibra e il cervello trasforma in musica ogni attimo? E con chi ne parli, se ti esprimi in un linguaggio sconosciuto ai più, senza un ghetto dove sfogarsi?
Mi piacerebbe cedere alla tentazione ma finirei per bruciarmi in immaginazioni  troppo banali. A dire il vero, proprio non ce la faccio. Non riesco a immaginarmeli, se non ho visto una fotografia per me non hanno neanche un volto. E' già troppo quello che hanno scritto o comunque prodotto, hanno barattato la quotidianità con l'immortalità e i miti sono senza faccia, vivono del loro riflesso e delle loro leggende. E' più forte di me, spesso mi pare incredibile che ci sia stato un uomo, da qualche parte del mondo che ha partorito quella frase, che si è spellato l'anima per raccontare una storia assurda. Come faccio a immaginarmi Baudelaire che gira per Parigi rimuginando sullo spleen? O Buzzati che dopo aver aspettato e visto i tartari arrivare troppo tardi e passeggiato fra i segreti del bosco vecchio si ritrova in un marciapiede in una giornata grigia e magari una passante si avvicina a chiedere l'ora? Troppo, semplicemente troppo quel che hanno avuto il coraggio e il talento di realizzare, fare di una pagina bianca un sogno è pura magia. Poco importa se poi magari non ci capivano niente o quasi del resto della vita ammesso che ci sia qualcosa da capire. Non riesco a immaginarli, basta. Non posso concepirli come persone anche se spesso lo erano nella definizione più completa del termine. C'è poco da fare, lancio il sasso e la sfida e nascondo il braccio. Unica eccezione, Kerouac. Vedo una persona dolcissima capace di stare ore a parlare con un bambino, subire cali di umore in un secondo e sentirsene in colpa. Lo vedo accocolato a un camino a pensare a una notte a caso. Lo vedo sognare qualcos'altro. Lo vedo tremare in un angolo pensando confuso nell'eterno dubbio se tutto sia troppo o troppo poco.
Poi se mi sforzo vedo lo stesso Hank vomitare la centesima volta in carriera.
E immagino Borges come uno che non ti ascoltava e magari scoppiava a ridere in mezzo a un funerale o una conversazione seria.
E poi riprendere a rimuginare. Completamente incapace di riconoscere immaginazione da realtà.
Perso in un labirinto senza fine ai confini dell'immaginazione dove persone luoghi libri e scambi si perdono nella prateria senza gravità di una testa senza confini.
Vedo De Andrè fumare l'ultima sigaretta.
E ora basta. Mi fa schifo tutto.

¿Mostra fotografica “Un’altra Praga - Jiná Praha” [Venezia]?


Una “narrazione per immagini”, scandita da scatti in bianco e nero, focalizzati su un unico preciso soggetto: Praga “non magica, né tragica” – come riassume Sergio Corduas nello scritto introduttivo del libro – ma tuttavia fortemente ispiratrice.
I lavori raccolti, immagini e testi sia della mostra che del volume, costituiscono un percorso inedito che ci offre un volto più nascosto, silenzioso e non convenzionale di questa città.
In mostra sarà possibile ammirare il sobrio splendore e il sobrio abbandono di uno “spazio urbano svuotato” che ha come soggetti d’eccezione scorci di strade e piazze solitarie sovrastate a volte da frammenti di edifici aggrediti dal tempo. Contestualizzazione di un preciso periodo storico, gli ultimi anni prima della caduta del Muro, in cui nella città già da tempo “normalizzata” si radicava anche una “dissidenza” ma soprattutto persisteva una verità intrinseca che forse costituisce il dramma vero, la nevrosi perenne di questi luoghi. Una rara occasione per poter vivere una Praga che solitamente non viene quasi veduta, e non soltanto perché si è in parte velocemente adeguata agli usi e costumi “globalizzati”.
Atmosfera rivelata magistralmente dagli scatti di Francesco Jappelli che raccontano come ogni luogo porti il denso carico di avvenimenti umani e storici che costituiscono ancora e sempre il presente di questa straordinaria città. E un controcanto, nei testi di Corduas, talora ironico con affetto, talora con malcelata passione rivendicativa della verità, non magica e non tragica, della città tanto amata “da tutti” ma amata con troppi equivoci preliminari.
In questa l’artista Marisa Camillo presenterà il lavoro Praga e non solo. Un'interpretazione della città realizzata con colori alchidici e inserimenti di colla e di materiali comuni.
Francesco Jappelli nasce a Milano. Laureato in Fisica, è autore di testi scientifici pubblicati dalla Zanichelli di Bologna, di cui ha curato anche gli aspetti grafici e redazionali.
Fotografa dal 1980 con una Nikon 24x36 e una Zenza Bronica 6x6 su pellicole in bianco-nero. Il suo lavoro è stato sempre contraddistinto da scatti unici per ogni soggetto ripreso. Fino agli anni ‘90 ha elaborato e stampato personalmente le proprie immagini in camera oscura; ultimamente tratta i risultati delle proprie ricerche visive con strumenti informatici. Si è dedicato allo studio formale di oggetti e al reportage d’ambiente, in particolare alle architetture e ai paesaggi urbani.
Ha esposto i suoi lavori su Praga, Bratislava e Budapest nella galleria “S. Fedele” di Milano, ha partecipato alla Biennale Internazionale di Fotografia di Torino e a una collettiva nella galleria “Il diaframma” di Milano. Sue immagini fanno parte dell’Archivio fotografico dell’Accademia Carrara-Galleria d’Arte Moderna di Bergamo.
Nell'ottobre 2008 l’editore Polistampa di Firenze ha pubblicato il suo volume fotografico "da Praga 1983-1988" che ha riscosso numerosi consensi.
Mostre sulla Praga degli anni ’80, con stampe “Fine Art” in bianco-nero e testi poetici di S. Corduas, all’Auditorium al Duomo di Firenze (aprile 2009), alla Sala Comunale Cavazza di Bologna (settembre 2009) e all’Istituto Culturale Ceco di Roma (ottobre 2009).
Sergio Corduas è nato a Viterbo. Ha studiato ceco a Roma (Laurea con Angelo Maria Ripellino) e dopo ha lavorato come lettore di italiano alle Università Comenio di Bratislava e Carlo di Praga.
Ha vissuto complessivamente 7 anni nell’allora Cecoslovacchia, ivi compresi i lunghi mesi ben ‘caldi’ di prima, durante e dopo l’invasione sovietica del 1968, cosa di cui non si pente affatto.
Da fine 1971 è docente di Lingua e Letteratura ceca nella Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove tuttora insegna.
Marisa Camillo nasce a Jesolo (Venezia) e vive e lavora a Venezia. Nel suo lavoro interpreta testi letterari, artisti, miti e immagini, traducendoli e costruendo oggetti e dipinti. A compendio della sua attività artistica si occupa, inoltre, di didattica museale presso alcuni dei musei della città.


INFO
Inaugurazione mercoledì 2 dicembre, ore 18.30
Dal 2 al 9 dicembre 2009
presso: Galleria A+A | Centro Pubblico per l’Arte Contemporanea
indirizzo: San Marco 3073
orario: dal martedì al sabato 11.00/14.00 – 15.00/18.00
costo: ingresso libero
info: info@aplusa.it
Web: www.aplusa.it

martedì 1 dicembre 2009

¿PICCOLA RIFLESSIONE SUI BENI CULTURALI di Roberto Cosenza?


L'Italia è un paese che può dirsi povero di risorse se al suo interno si ricercano le risorse che classicamente fanno un paese ricco. Ma al di là delle risorse energetiche rinnovabili (come uno spot in questi giorni ci ricorda essere pari al petrolio, e piuttosto come Rubbia ha confermato), sappiamo che il potenziale vero e principale italiano sono i beni culturali, e non sono il primo a dirlo ovviamente.
Sappiamo anche che molti di questi beni sono trascurati, non restaurati, non raccontati, accatastati e dimenticati. Allestire musei, strutture, un intero sistema museale grande ed efficiente, renderebbe il nostro paese un paradiso dell'arte e della cultura, oltre ad arricchirlo smisuratamente. "Renderebbe" perché oggi è vero che siamo un paese con una buona offerta di beni culturali, ma siamo al minimo delle possibilità, il potenziale italiano è sfruttato al minimo, non solo, i beni culturali in Italia sono a rischio, per molti motivi: trascurarli significa degradarli, oppure vengono seppelliti dalla cementificazione, o tenuti a consumarsi sotto il tempo.
Può sembrare una valutazione del patrimonio culturale sotto un profilo puramente economico, il che fa un pessima impressione, ma nel sistema attuale purtroppo ciò che consentirebbe una salvaguardia e un'alimentazione continua di questo settore sarebbe una buona gestione economica, oltre a una gestione efficace sotto un profilo logistico.
Da qui nasce spontaneo un appello ad investire non solo nei beni culturali già prodotti, ma nel genio in generale: stravolgere l'approccio mettendo il genio in condizioni di lavorare spontaneamente e vivere. Per genio intendo ogni forma di cratività ancora in evoluzione, oltre ai settori della ricerca, del restauro, e così via a quant'altro si possa immaginare di annesso.
Le competenze esistono, e sono i milioni di laureati che vagano per i call center o per chissà quale altra trappola. Non abbiamo bisogno di settorializzare le competenze e la formazione, di frammentarle, ma in un progetto del genere la formazione umanistica può sopravvivere in ottima salute, il che per l'umanità è una benedizione. Eliminando quelle cause di disagio per chi desidera visitare il nostro paese si aggiungerebbe un altro utile tassello. Oltretutto quello dei beni culturali è un settore che non subisce concorrenza, è quindi un investimento stabile, forse il più stabile: a meno che non rapiscano il David non vedo minacce di concorrenza.
Quale bruttezza spinge a non sfruttare i giacimenti di bellezza e intelligenza del nostro paese?

foto: Roberto Cosenza, Manfredonia, particolare della chiesa di S. Domenico (1294 - 1299)