lunedì 22 marzo 2010

¿SILENZIO BIANCO, SILENZIO NERO di Stefano Giussani?



Stefano Giussani, vincitore del concorso internazionale di scrittura "Tacitamente"








Quel sordo boato li aveva sepolti nel nulla. Un’assenza totale di rumore e di luce.



Non silenzio e buio, ma la mente che non aveva più orecchie e occhi su cui contare. Da un’ora, un giorno o una settimana. Avevano perso la cognizione del tempo. Perfino le parole rimanevano sospese. Ferme dove erano appena state pronunciate.
Hai sentito?
Cosa?
Un rumore... Da fuori… Forse ci stanno cercando.
Forse.
Sanno che siamo senza cibo e olio per le lampade, non ci abbandoneranno.
Certo che no, rispose mentre ricordava che solo due anni prima la valanga nella valle vicina si era portata giù anche un pezzo di montagna e ogni traccia dell’ingresso della miniera. Quando avevano provato a scavare, trovarono la consistenza di un muro e servì un mese per raggiungere l’imbocco della galleria.
Erano saliti ormai da tre settimane. Nel pieno dell’inverno si lavorava senza scendere se non quando le provviste iniziavano a scarseggiare. Perfino i morti erano tenuti su, nella neve, fino a primavera. Quell’anno se n’erano accoppati due. Sotto un crollo improvviso. Erano ancora sepolti là fuori, forse. La valanga non poteva averli uccisi una seconda volta. Era la prima stagione del giovane. Quando seppe che l’amico avrebbe iniziato a lavorare nella montagna chiese di seguirlo, ma aveva braccia troppo leggere per impugnare pala e piccone, spalle gracili per spingere il carrello e gambe ancora immature per trasportare il minerale a valle. Quindi rimase in paese. A scuola e in stalla.
Un dicembre decise che da quel momento la sua infanzia era finita e si accodò agli uomini che ben prima dell’alba si erano incamminati per la mulattiera. La cascata era ridotta a una pisciata che scricchiolava nel bosco e le lanterne ondeggiavano punteggiando la colonna di ombre in lenta salita verso la gola. Il compagno si stupì di vederlo arrivare ma sapeva che stare in paese era inutile.
Ed ora erano sepolti nella miniera. Soli.
Non dovevi salire.
Sono qui con te. Mi basta.
Moriremo.
No... Se succederà, sarò morto con chi ho voluto.
Sei matto.
Si. Di te.
Il giovane ricordò l’arrivo al limite del bosco. Era una giornata limpida. L’imbocco della forra segnava il passaggio dalle ripide pareti intorno al fondovalle ai pascoli delle placide conche più a monte. Le ricordava in estate piene di verde mentre in quel momento le stava vedendo con un manto colorato da tanti bianchi diversi. Nell’alba dell’alta valle c’era il brillare dei cristalli ghiacciati, il riverbero accecante del pendio assolato, il riflesso tenue che per la pendenza diversa non abbagliava, il tono spento della parete in ombra.
Era ancor più impressionato da come tutto fosse sospeso in un silenzio cadenzato solo dai loro passi nella neve morbida.
Il bianco era davvero un colore senza rumore, pensò notando la muta quiete che sommergeva palizzate e baite. Rimanevano fuori la punta della chiesa nel centro della piana e la cima della montagna che la sovrastava, quasi qualcuno avesse giocato a plasmare la stessa forma con due stature diverse. La miniera era a metà strada tra la croce sul tetto e la vetta. Non mancava ormai molto ma si faticava per la neve fresca che inghiottiva gli scarponi. Da quel momento non lo avrebbero più mandato indietro.
Avrai una donna un giorno?
Non lo so. Forse.
Mi piacerebbe continuare a stare assieme.
Si girarono come per guardarsi e anche immersi nel buio si immaginarono con gli occhi pieni di speranza dei discorsi in paese. Qualche stagione e poi avrebbero avuto soldi abbastanza per l’America.
Nel ventre della montagna le parole continuavano a scivolare sospese a un filo tra le loro bocche. Finito di scorrere, il filo rimaneva, immobile fra i due capi nello spazio ovattato senza dimensioni. Anche quello era il silenzio. Un silenzio pesante e avvolgente, nero come carbone. Distante una vita da quello bianco e leggero, rimasto fuori.
Erano vicini e il giovane si accovacciò al fianco dell’amico. Appoggiandosi con la guancia avvertì la sua massa e la forza dei muscoli del braccio. Ne respirò il calore. Qualcosa gli suggeriva anche il battito del cuore, ma forse era solo immaginazione. L’anziano alzò il braccio glielo passò attorno al collo stringendolo a sé mentre con l’altra mano gli toccò i capelli. Li ricordava scuri e folti e in quel momento lo sentiva vicino come un gattino che faceva le fusa scaldandosi al suo fianco.
Anch’io.
Cosa anche tu?
Anch'io mi trovo bene quando sto con te rispose mentre le grosse dita carnose si infilavano tra le ciocche morbide come un aratro nella terra bagnata.
Sapevano entrambi che se qualcuno li avesse ascoltati li avrebbe detti matti o malati. Ma il buio della galleria non aveva orecchie. Il silenzio della miniera era fedele.
Gli baciò la testa e quando fece per ripetere il gesto si accorse che l’amico aveva alzato la faccia e il loro respiro si fondeva in un unico soffio.
Le loro labbra si trovarono e in silenzio stettero bene fino ad addormentarsi in quella posizione.

1 commenti:

clelia pierangela pieri ha detto...

Ben scritto, ottima la scelta del dialogo grezzo e senza sconti. Mi è piaciuto molto e mi complimento per la delicatezza che accompagna il percorso mentale in chi legge.

clelia