martedì 13 aprile 2010

¿NOTTURNO di Tecla Bianucci?




Tecla Bianucci, seconda classificata per il concorso internazionale di scrittura "Tacitamente"




Insonnia.
  Credo di non essermi mai soffermato sull’idea che, a me, potessero invertirsi notte e giorno.
  Disturbo del sonno.

  Come fruste, le lancette dell’orologio in testa mi divorano i pensieri. Devi abbandonare la concentrazione, il rilassamento, e qualsiasi altra attività in cui tu sia occupato; se riesci a concentrarti su qualcosa di manuale, automatico, mettendo per qualche istante il cervello sul comodino - tanto comunque non mi servirebbe - allora sì che puoi lavorare. La stanchezza si è fatta sentire, lo avevi previsto, la pasticca contro le nevralgie non ha fatto neanche effetto. Forse avevi previsto anche questo, ma con la foga dello spremere quell’arancia che hai nel cranio non ti ci eri soffermato, e l’hai ingurgitata, senz’acqua.
  I tuoi neuroni ormai viaggiano da soli. E tu, a cosa servi?
  - Beh, ne sarei il legittimo proprietario.
  - Ehi bello, non è scritto in nessun contratto!
  I neuroni in rivolta. Girano, girano, eppure il cervello pare funzionare ancora, ma a vuoto, non riesce a mettere a fuoco immagini né idee. Beh, in fondo sei stremato, ti sei sparato venticinque minuti di metropolitana con le cuffie in compagnia dei Pluxus, e hai perso il controllo dal collo in su.

  Gli operatori ecologici, finalmente, a raccogliere quel che resta della vita del giorno appena terminato.
  Ma devono proprio passare ogni notte all’una e ventisette? Meno male ci sono loro, altrimenti le strade appesterebbero. Poi se scendi ed apri il portone vedi tutti i sacchetti strappati, e banane, bucce d’arancia, fazzoletti, cartoni, contenitori d’uova, avanzi di pasta al tonno, la scatoletta dello stesso tonno, una confezione vuota di M&M’S, e una sottile melma di polvere e pioggia, stanno distesi in tutto il loro splendore sul marciapiede a ridosso dell’entrata, in attesa. I senzatetto sbranano i bidoni ogni santo giorno dopo le ventidue, e si sa, il quartiere antico, il centro, è sempre il primo ad essere saccheggiato. Tutto insieme, lì, a maleodorare e ungere l’asfalto, e i giustizieri dell’una e ventisette a raccogliere sacchetti e rifiuti sciolti, pur imprecando, e non possono tralasciare neanche un nocciolo di limone. 
  Hanno finito di caricare.

  Ora ci si mette il gatto, Maneki neko, lì, sullo scaffale della libreria marrone di truciolato inondata di libri d’arte e fumetti, gentilmente cedutami (visto che è praticamente impossibile spostarla anche di un millimetro) dal padrone di casa, o, direi, piuttosto, indirettamente dalla señora Lucía, la anziana inquilina che abitava l’appartamento, defunta due anni fa. Ancora non capisco perché, da quando al gatto ho cambiato la pila con quella nuova, ad ogni movimento della zampa si sente un colpetto. E pensare che quando sono venuto ad abitare qui non capivo perché fosse così di moda regalarne uno, ora tutti i miei amici ce l’hanno, è diventato il mio rito.
  Le lancette dell’orologio non coincidono col rintocco della zampa del gatto, il mio orecchio si perde in questi due ritmi, che a istanti s’incrociano, poi ognuno per sé, col suo tempo.
  Ormai arrivare all'alba senza chiudere occhio è assicurato.
  Stacco gli occhi dalle parole sullo schermo, torna il ticchettio, di sottofondo il soffiare del computer che, stanco e stufo di star sveglio ogni notte, si surriscalda e sbuffa dalla parte posteriore. Il ticchettio, di nuovo. Uno skater in strada. Qualcuno che ha alzato un po’ il gomito e si piega dal ridere, di solito inglesi o svedesi, e poi li ritrovo a schiacciare un pisolino sotto casa dopo quattro mojitos, e con i capelli di paglia sudaticci e gli occhi a mezz’asta dicono: “Just five minutes…”. Ok.
  Non vedo l’ora di fissare le tende alla porta che dà al balcone, dovrò chiedere al vicino se ha un trapano da prestarmi: e poi come fanno questi che vivono di fronte a stare svegli ogni notte fino alle tre? O forse dimenticano soltanto la luce accesa.
  In questo quartiere non si dorme mai, a qualsiasi ora non si è mai solo neanche per strada, anche un lunedì notte, l’assenza di vita non è minimamente immaginabile, l’assenza di luce, neppure, un angolino buio dove far due gocce senza che una bici o una ragazza coi tacchi ti passi accanto, se si ha bevuto poi chi se ne frega. L’assenza di rumore poi è utopica, fuori o in casa. Se parte l’allarme del negozio di American Apparel puoi scordarti di chiudere occhio, durerà almeno un’ora.
  Stasera il pianista dell’edificio accanto non suona: da un anno, sempre la stessa, uno dei Notturni di Chopin, e l’appuntamento è all'inizio della notte, quando potrei ancora assopirmi, solo l’orologio in testa - al quale dopo qualche minuto ti assuefai - con la nuca sul bracciolo del sofà, cercando di abituarmi alla luce del desktop, ai tasti che si muovono e risuonano, sincroni, con le parole, che ora sono come i numeri nel conto alla rovescia.
  Ormai si affaccia timido il sole, ma non disturberà, rimarrà dietro il palazzo. Mi sudano le dita.
  Ho finito.
  Punto.
Magari dormo un po’.

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